Iniziavo la mia vita di donna appena ventenne, con una spensieratezza che oggi, in un mondo che calcola ossessivamente ogni rischio e ogni stabilità prima di aprirsi alla vita, potrebbe quasi sembrare incoscienza. Ma era, in verità, una saggezza profonda e silenziosa, quella chiamata viscerale che abita il corpo delle donne come un’eco ancestrale dell’evoluzione.
Sentivo dentro di me il desiderio potente di mettere al mondo una creatura, una spinta che non chiedeva permessi alla razionalità o alle garanzie materiali. Il mio primo figlio arrivò così, in quella semplicità assoluta, diventando immediatamente il sole della nostra esistenza. In quella gioia così naturale, era facile convincersi che la vita fosse un ruscello calmo e prevedibile, e che la maternità fosse un dono destinato a ripetersi con la stessa spensierata linearità.
Ma la vita non è una linea retta; è un movimento che a volte richiede deviazioni repentine e brucianti per impedirci di smarrire la nostra vera strada.
Quando rimasi incinta per la seconda volta, non potevo immaginare che quella creatura portasse con sé un destino così diverso. Al sesto mese, quel bambino nacque, ma nacque morto. In quel momento, l’oscurità che mi avvolse fu totale, una tragedia che la nostra società non sa come nominare se non attraverso il lutto e la perdita.
Caddi nella disperazione di sentirmi una fallita, preda di un Ego che gridava la propria incapacità di “produrre” la vita. Era il riflesso di quella mentalità materialista che vede il corpo come una macchina e la nascita come un risultato tecnico: se la macchina si ferma, il senso di colpa ci schiaccia.
Provavo una rabbia sorda e sincera nel vedere le altre pance, gli altri figli, le altre madri; era la reazione di chi si sente derubato, chiusa in un desiderio maniacale di voler compensare quel vuoto, di voler “sostituire” l’essere che non c’era più con un altro corpo. Ero vittima di una cultura che non ci insegna l’equanimità, ma solo il possesso dei risultati.
Ci sono voluti diversi mesi dopo la sua nascita, di ricerca, di crescita e di osservazione pedagogica per comprendere che quel dolore era la nebbia che mi impediva di vedere il mondo dell’invisibile che cercava di parlarmi. In una prospettiva antroposofica, ho compreso che le anime non si incarnano sempre per restare; alcune scelgono i propri genitori per compiere una missione veloce, quasi bruciante, agendo come una spinta evolutiva che ci costringe a risvegliarci.
Questa consapevolezza mi ha riavvicinata alla saggezza ancestrale di quelle culture che abitano ancora il confine tra la foresta e il cielo. Per molti popoli indigeni – come raccontato negli studi di Martin Prechtel o nelle tradizioni africane descritte da Sobonfu Somé – un bimbo che se ne va prima del tempo è un “piccolo spirito viaggiatore”.
Si crede che queste anime arrivino per purificare il lignaggio e che decidano di sfiorare appena la terra per lasciare un dono di consapevolezza a chi resta. Il “seme” che non diventa albero nutre invisibilmente tutta la foresta della nostra genealogia.
Il travaglio di quel figlio fu un viaggio epico e solitario. Mi sentivo come un veliero nel mezzo di un oceano in tempesta, che portava con sé un naufrago sospinto dalle onde verso una terra sconosciuta. Il dolore mi attraversava come correnti profonde che scuotevano ogni asse della mia nave. In quella sala parto, circondata dai medici, mi trovai davanti all’ultima Soglia: non avevo il coraggio di spingere, non riuscivo a mollare gli ormeggi. L’attaccamento si manifestava come una morsa fisica: finché la creatura era dentro di me, potevo illudermi di proteggerla. Ma la vita esige il rilascio. Solo quando ho permesso a quell’ultima onda di travolgermi, smettendo di combattere contro la marea del distacco, il veliero ha trovato la sua liberazione e il naufrago la sua terra.
Eppure, oltre ogni speculazione, ciò che resta è il corpo. Il ricordo di quella creatura è rimasto impresso nella mia pelle, nel calore del suo corpicino nel momento esatto in cui è uscito da me. È un istante che continua a vibrare sotto la mia superficie, come se il contatto con la sua carne sottile avesse lasciato una traccia termica indelebile.
Egli è arrivato per saldare un legame profondo e per liberarci. Subito dopo la nascita, mio marito sentì il bisogno impellente di uscire da quell’ospedale. Aveva bisogno di riconnettersi, di respirare dopo quella lunga, estenuante apnea che era stata il mio travaglio: un tempo sospeso dove ogni muscolo era rimasto contratto. Fuori, mentre il sole sorgeva dietro le montagne, quell’apnea finalmente si sciolse. In quell’alba, lui percepì una pace immensa: sapeva che quella creatura stava bene e che lo spirito si stava manifestando oltre la materia, dicendoci che la morte può essere anche gioia e liberazione.
Questo bambino ci ha resi genitori in un modo nuovo. È un figlio riconosciuto, ha un suo nome, e un posto a tavola nella nostra memoria. Dopo di lui è nato il nostro ultimogenito, e anche lui è cresciuto sapendo di avere un fratello che lo ha preceduto. Non c’è stata compensazione, ma integrazione. La sua esistenza non si misura nel tempo, ma nella qualità della luce che ha emanato.
Oggi sento l’onore e l’orgoglio di essere stata scelta. Sono una madre che ha ospitato un maestro di passaggio, e a quel messaggio di libertà rimarrò per sempre legata, testimoniando che la morte, quando è accolta nella carne e nello spirito, è davvero un’altra porta della nostra splendida, infinita esistenza.
Cristina
Bibliografia
Martin Prechtel, The Smell of Rain on Dust (sulla natura del lutto come “elogio” della vita).
Sobonfu Somé, The Healing Wisdom of Africa (parla proprio di come i bambini che muoiono siano considerati spiriti protettori).





